Ancora sulle creative commons: la clausola “non commerciale”
Trovo che c’è un dibattito acceso in internet relativo alla clausola di distribuzione non commerciale proposta tra le opzioni delle Creative commons.
Il problema nasce dal fatto che, andando a vedere la versione “uncut” in legalese, la clausola recita: non puoi usare l’opera o modificarla etc “in una maniera tale che sia prevalentemente intesa o diretta al perseguimento di un vantaggio commerciale o di un compenso monetario privato”.
L’avverbio “prevalentemente” ha ingenerato foschi timori, anche perchè alcuni sviluppatori delle creative commons hanno rapporti con l’industria e le multinazionali.
Si teme che la parola “prevalentemente” sia un cavallo di Troia idoneo a permettere ai poteri economici “forti” di derubare gli autori.
Si fa l’esempio di chi crea un’onlus di facciata al solo scopo di dare in beneficenza il 51% del ricavato ed aggirare la clausola.
La risposta dell’Avv. Travostino mi pare, detto molto modestamente, del tutto corretta e convincente.
Nascondere attività commerciali dietro ad attività non commerciali è una condotta fraudolenta vecchia almeno quanto la legge fallimentare, infatti certi operatori economici sono molto preoccupati all’idea di essere riconosciuti come imprenditori commerciali e non tanto per fregare due foto da internet, quanto perchè ciò implica la sottoposizione ad una serie di regole severe, compresa la assoggettabilità al fallimento, oltre che in materia fiscale etc.
Il risultato è che esiste una casistica consolidata e sicura, nel senso spiegato dall’Avv.Travostino, a tutela dei terzi, contro chi camuffa un’attività commerciale attraverso pseudo-fondazioni, pseudo-associazioni etc.
E’ chiaro che qualcuno può sempre “provarci”, ma è un illecito e, come il furto non inficia automaticamente la nozione di proprietà privata, queste forme di frode alla legge non dimostrano automaticamente che le creative commons sono poco efficaci.
Inoltre, mi pare, il concetto di prevalenza in campo commerciale è abbastanza consueto, proprio perchè la natura degli scambi ecoomici lo richiede e direi che l’esempio del blog che mette gli annunci di google a pagamento spieghi perchè era utile aggiungere quell’avverbio: l’attività di esporre banner a pagamento sul blog, generalmente, ha un significato commerciale (ci si guadagna), ma non prevalente.
Mi spingo a dire che quasi necessariamente si sarebbe arrivati comunque ad interpretare la clausola non commmerciale delle creative commons in termini di prevalenza o con formule simili: come si fa a mettere sullo stesso piano i bannerini di google con le pubblicità delle televisioni commerciali?
Lo stesso problema si pone, ad esempio, se vendete la vostra bici: cosa vi distingue dal negoziante? Sfumature e quantità, nessuno concetto “assoluto”.
Cosa succederebe allora se io, dopo aver usato immagini con la clausola “non commerciale” sfruttasssi il mio blog per vendere la mia bici? Nulla, perchè è un’attività commerciale non prevalente. In assenza di quell’avverbio il rischio sarebbe stato di dover opportare una lite giudizaria, che peraltro, come detto, avrei quasi certamente vinto, sostenendo l’irragionevolezza di un’interpretazione estremista.
Bisogna distinguere infatti tra chi compie eccezionalmente operazioni finanziarie e chi lo fa in maniera imprenditoriale e una via normale che in questi casi seguono gli studiosi di diritto commerciale, mi sembra, è il concetto di prevalenza o altre formule simili e volutamente vaghe, adattabili alle concrete esigenze delle dinamiche economiche.
Aver indicato esplicitamente questa scelta evita liti inutili e rende quindi le creative commons migliori. Infatti, quando si scrive un testo giuridico (che sia una legge, un contratto od una licenza) una delle prime cose che ci si chiede è: siamo sicuri che non ci siano incertezze interpretative e che non creeremo un aumento dei conflitti tra le persone compreso (orrore!) un aumento delle cause giudiziarie evitabili?
Spero di non offendere nessuno, ma la critica sul concetto di prevalenza, almeno come è stato posto, sembra piuttosto debole, tanto che dà l’idea che un forte ostacolo alle creative commons sia la diffidenza da parte di chi non ha una preparazione giuridica.
Sia chiaro: non voglio dire che le creative commons siano perfette o che non possano nascondere trabocchetti. Solo perchè io non li vedo (oltretutto non avendo fatto mai uno studio del tutto approfondito) non vuol dire che non ce ne siano.
Sta di fatto che certe critiche sono proprio poco convincenti.
Il problema è anche che una risposta dipende dalle circostanze concrete cui si collega e molto anche da come viene fatta la domanda.
Consideriamo l’esempio degli antibiotici: credo che, normalmente, il medico sconsigli di prendere un antibiotico per un banale mal di gola.
Ci sono però persone che per varie ragioni devono stare attente: perchè la loro infezione può essere di natura particolare oppure perchè hanno una costituzione fragile etc Inoltre possono esserci occasioni in cui uno non può correre alcun rischio per quanto piccolo di farsi venire la febbre (domani sono Primo Soprano alla Scala!) allora il medico può dire di prendere anche medicinali assai potenti.
E’ giusto, ma non è la dimostrazione che tutti e sempre dobbiamo fare un uso massiccio di penicillina.
Allo stesso modo, se uno mi chiede se sia cauto sceglie le creative commons io dico di sì, che è quello che ho scelto anch’io, ma se uno mi dice “premesso che sono un musicista e quindi in futuro spero che potranno girare interessi considerevoli intorno al mio lavoro e considerato che ho fatto sacrifici sovrumani e che non voglio correre neanche il minimo rischio di vedere altri che se ne avvantaggiano, posso usare le creative commons? Guarda che se mi cicchi il parere ti rovino la vita!” Io gli risponderei di tenersi sulla strada maestra dei copyright, che l’innovazione, insieme ai vantaggi, può sempre portare con sè qualche pericolo e che non fa per lui.
Quanto agli interessi delle multinazionali, beh forse qualcosa sotto c’è, ma la paranoia per il collegamento tra gli sviluppatori delle creative commons e le multinazionali mi pare almeno in parte eccessivo.
Va detto che alcuni di quelli che partecipano a questo progetto (io conosco giusto qualche nome) sono tra i massimi esperti, in Italia, di diritto commerciale ed industriale, perchè il copyright è una branca studiata da loro, principalmente.
Ora, dando per presupposto che non tutti vogliono o possono permettersi di non lavorare, per chi lavoreranno mai gli esperti di diritto commerciale e industriale?
Per le università, per le istituzioni pubbliche e… per l’industria e il commercio. Spesso per tutte quante queste cose contemporaneamente o quasi, visto che la legge lo permette e visto che si tratta di attività pagate a volte benissimo, a volte meno e sovente, in un certo modo, assai precarie (non si assume un avvocato come dipendente con contratto a tempo indeterminato, ma semmai come patrocinatore per singole liti o come consulente per specifici affari etc).
In ogni caso il diritto è un discorso razionale (almeno dovrebbe esserlo!) quindi le critiche devono essere indirizzate alle idee, non alle persone: due più due fa quattro anche se lo dice un assassino!
In ogni modo, non è che l’esistenza delle creative commons impedisca lo sviluppo di altre licenze e siccome il dibattito scientifico interno alle creative commons è in buona parte pubblico (penso alle soluzioni proposte per le grane relative alla Siae) chi volesse sviluppare una diversa licenza può farlo, così come ognuno di noi può fare modifiche alla propria: banalmente, se una vostra foto vi venisse richiesta per una maglietta di amnesty international o per una pubblicità dei prodotti del commercio equo, certamente potreste consentire quell’uso commerciale, senza rinunciare alla generale clausola non commerciale che avete imposto alla generalità delle altre persone.
Sotto certi aspetti, potete pensare alle vostre idee, da un punto di vista giuridico, come a cose: voi potete prestare a tutti i vostri condòmini la vostra moto, prevedendo dei limiti. Potete ritirare la disponibilità della moto (con alcune accortezze, per non ledere il ragiovole affidamento altrui etc), potete decidere che alcuni condòmini non debbano sottostare ai limiti o che altri non possano comunque fare uso della vostra moto.
Purchè agiate in maniera tale da rendere conoscibile e comprensibile la vostra scelta ai terzi, non vedo perchè non possiate scrivere ad esempio che la vostra licenza (diciamo by-sa) vieta comunque qualsiasi uso anche conforme alla by-sa che però venga fatta dall’industria di armi (categoria generale) o dalla Nike (specifico soggetto).
Purchè rispettiate i diritti d’autore di creativecommons.org (!), potete anche riprodurre leloro licenze, modificandole o comunque senza entrare nella loro comunità.
Il problema semmai nasce da complicazioni ulteriori: diciamo che io ho una licenza by-sa.
In tal caso so di poter legittimamante utilizzare le opere di Tizio protette da una identica licenza by-sa.
Se però aggiungo una restrizione ulteriore (ad esempio, mantenedo una licenza by-sa accetto l’uso commerciale, purchè non proveniente dall’industria degli armamenti) non posso dire di rispettare le restrizioni di Tizio, che mi permette l’uso delle sue opere a patto che io utilizzi a mia volta una licenza uguale alla sua, mentre la mia è più restrittiva.
Di conseguenza dovrei prendere contatto diretto con lui per chiedergli un permesso espresso e magari per convincerlo a mettere la mia stessa restrizione.
Direi che il risultato sarebbe di ridurre alcuni dei vantaggi che mi sono garantiti dall’appartenenza alla comunità delle creative commons, soprattutto nell’ottica dei rapporti tra comunità di diversi Stati ma è comunque fattibile.
Inoltre ciò implicherebbe, sia pure con uno sforzo considerevole, lo sviluppo “dal basso” di licenze ulteriori e più diversificate.
Concludo con una valutazione proprio buttata lì, visto che io di computer ci becco poco: mi pare che l’etica delle creative commons sia in armonia con l’etica open source e le stesse critiche sul fatto che la grande industria spinge le C.C. per poter rubacchiare delle idee possa essere proposta anche per l’open source.
Forse è vero che gli ideali di alcuni saranno sfruttati da dei parassiti un po’ furbetti, ma l’alternativa è tornare alla chiusura, o sbaglio?
Di nuovo Marco Polo con i bachi da seta nascosti in una canna di bambù?


Amnesty 












chiedi a ricolfi che l’ha scritta, insegna ancora ad alessandria?
Comment by Dezzyboy — 14 July 2005 @ 11:34 am
E’ una vita che se ne è andato!
Credo che cominciamo anche ad essere in pochi a ricordarlo.
A me era un sacco simpatico! Sarà perchè gli piacciano i croissants!
Comment by intempestiva — 14 July 2005 @ 7:01 pm
‘prevalentemente’ sembra aprire spazi troppo grandi all’interpretazione: il punto non e’ il ruolo del magistrato (che non puo’ risultare un semplice attuatore di norme rigorose), ma e’ la possibilita’ di alterare il corso dei procedimenti con lungaggini, ricorsi, anche solo l’esoribitante numero dei contenziosi…
…senza contare sulla aleatorieta’ dell’esito dei ricorsi, ragion percui diventa raccomandabile se non necessario operare preventivamente, assumendo che ‘prevalentemente’ si debba interpretare sempre nel modo piu’ controproducente, e quindi assumendo che la norma non garantisce tutela
Comment by Gino — 15 July 2005 @ 8:43 am
Caro Gino, se uno vuole litigare il modo lo trova sempre, non sarà un avverbio a cambiare il mondo, temo…
Hai ragione: il concetto di prevalenza non elimina le possibilità di liti. La stessa nascita di questo dibattito, secondo me, rivela una diffidenza e (in alcuni casi una rissosità) che non fanno presagire nulla di buono!
E io che, per tramite del Fratellone, ho incominciato a conoscere le reti attraverso gli idealisti delle BBS (”non offendere…”)!
Insisto: molte condotte che i “non-giuristi” considerano “neutre” hanno un significato economico potenzialmente qualificabile come commerciale.
Per dire, con la clausola di prevalenza non costituiscono violazione della clausola non commerciale: ADs, offerte o richieste sporadiche di lavoro, beni, servizi (a qualcuno interessa la mia moto? qualcuno ha un manuale per programmare in Perl che gli cresce? qualcuno mi insegna a programmare in Perl per un prezzo ragionevole?).
Senza il concetto di prevalenza sarebbe favorita la litigiosità di alcuni autori a discapito della buona fede altrui.
Ragion per cui, quanto all’aleatorietà ripeto: se non lo scrivevano nella licenza, l’idea della prevalenza (o qualcosa di simile) sarebbe probabilmente sbucata nelle sentenze, proprio perchè così si limitano i casi di illecito e di liti pretestuose.
Solo che se il limite della prevalenza fosse sbucato nelle sentenze sarebbe stato più difficile prevedere.
Per i tempi: non credo che le creative commons produrranno particolari lungaggini di per sè, in tribunale, se non per il fatto che sono clausole nuove.
Secondo me, il punto, in fondo, è chiedersi: che alternative migliori ci sono?
Il problema di definire cosa sia commerciale o quando il significato commerciale di una attività assuma rilevanza giuridica è dibattuto da decenni e per questioni molto più sentite che i diritti degli autori della rete, basta pensare agli interessi economici (lì sì, davvero ghiotti) che ruotano intorno al diritto comunitario. Anche in quell’ambito si cerca di chiarire il problema e si continua a discutere da una vita.
Chi trovasse la soluzione definitiva avrebbe onore e gloria quanto basta e in molti ci si rompono la testa, ma il punto è che, per ora, non si crede seriamente che con o senza l’avverbio giusto tutto vada a posto.
Il diritto, se vuoi, è un problema di vita in comunità e quindi, prima di tutto, una questione di buon senso e di buon gusto, per cui rifugge da definizioni geometriche o valide sempre.
Se poi uno vuole proprio stare certo di non vedere altri usare il proprio lavoro può optare per il buon vecchio “full” copyright. Ma non perchè sia meglio delle creative commons, semplicemente perchè si vuole mantenere ogni possibile prerogativea riconnessa alla paternità dell’opera.
Certo, poi c’è il problema del fair use…
Comment by intempestiva — 15 July 2005 @ 11:28 am
Interessantissima disamina, ti ringrazio anche per questa chiarificazione.
Merci.
Comment by Folletto Malefico — 15 July 2005 @ 12:02 pm
e’ piacevole discutere con te, proprio perche’ lo si puo’ fare senza trascendere nella rissosita’, da un lato, e senza tacere il proprio dubbio o disaccordo, dall’altro
la critica che ho mosso non e’ all’utilizzo del termine ‘commerciale’ e le sue implicazioni: i casi che hai citato (e anche qualcun altro) dimostrano chiaramente che il confine non puo’ essere tracciato con l’aratro, e che comunque non separerebbe il bianco dal nero…
io mi riferivo al termine ‘prevalentemente’, che allude ma non e’ utile in alcun modo: anche senza arrivare a tentare una definizione o peggio una misura (impossibile, e forse fuori dai compiti del legislatore (ma allora di chi?)), si poteva tentare di fare un piccolo sforzo in piu’.
Quando suggerisci di adottare il copyright perche’ gli interessi in gioco sono abbastanza rilevanti, e i commons non sembrano sufficienti, stai dicendo che:
1) i commons tutelano bene cio’ che di tutela non ha poi molto bisogno.
2) non e’ possibile assicurare massima diffusione secondo i principi dell’opensource a contenuti che hanno molto valore
Io sono comunque con te, quando dici che la questione non si definisce facilmente, e soprattutto non si definisce una volta per tutte.
Penso che i commons siano un bel passo avanti… a cui ne seguiranno augurabilmente degli altri, in un miglioramento continuo (sia per la crescita della maturita’ su questi temi, e sia, purtroppo, per la crescita’ di furbizia)
Comment by Gino — 15 July 2005 @ 5:59 pm
Creative Commons/2
Prima di tutto una rettifica importante.
Al momento della scrittura di questo mio post, era già presente nella Mailing List di Creative Commons Italia una risposta, direi, autorevole ai problemi che avevo posto.
La si può leggere qui:
http://lists.ibiblio.org/pipermail/cc-it/2005-June/003321.html
Trackback by Settoblo — 17 July 2005 @ 7:53 pm
1) Se la non commercial è davvero non commercial perché in USA, quando è stato posto lo stesso problema volevano fare una licenza CC NON FOR PROFIT?
2) Travostino a parlato a titolo personale, non a nome di CC, e altri giuristi hanno detto l’esatto contrario di Travostino.
3) CC.ita ha detto espressamente che fare pubblicità ad attività commerciali con la non commercial è permesso. La pubblicità è l’anima del commercio oppure no?
4) Ma perché prima di fare i saputelli non vi informate bene?
Comment by cesare — 23 July 2005 @ 9:48 am
@ Cesare A proposito di rissosità!
1) il diritto italiano non è quello USA, perchè siamo due stati diversi
2) Travostino ha espresso la sua opinione, altri hanno detto altre cose (come spesso capita!) io ritengo che la sua ricostruzione sia quella corretta.
3) Dati i punti 1 e 2 sospetto che tu abbia forse male interpretato una dichiarazione della creative commons, rispetto alla quale, comunque, non indichi fonti. Di conseguenza non so dove cercarla per risponderti più precisamente.
4) Io non faccio “il saputello”, però il diritto è la mia materia. Certo mi posso sbagliare, ma sono convinta che non consiglierei a nessuno i tuoi argomenti, per non parlare dei tuoi modi.
Comment by intempestiva — 23 July 2005 @ 7:05 pm
1) Che cosa c’entra???
2) Io no!
3) No no, l’ho trovata scritta sulla lista di cc Italia.
4) Sui modi puoi avere ragione (anche se non sono poi così divrsi dai tuoi) sulla sostanza no.
Comment by cesare — 23 July 2005 @ 8:36 pm
LEGGERE CON ATTENZIONE:
In usa pensavano a una non for profit:
http://lists.ibiblio.org/pipermail/cc-it/2005-May/003281.html
La discussione sulla non commercial in USA:
http://lists.ibiblio.org/pipermail/cc-licenses/2005-April/002160.html
Ecco cosa dice Simone Aliprandi, giurista:
http://lists.ibiblio.org/pipermail/cc-it/2005-May/003284.html
E sentite bene cosa si dice qui:
http://www.creativecommons.it/files/bollinoSIAE_e_licenzeCC.pdf
“Ma non si può escludere che anche licenze “non commercial” possano
richiedere l’applicazione del bollino, trovandoci di fronte a finalità che siano da
considerare “di lucro” ai sensi dell’art. 181 bis. Pensiamo, ad esempio, al caso
di distribuzione gratuita sotto licenza CC “non commercial” di copie di cd audio
contenenti brani musicali, fatta a fini promozionali da parte dell’autore”.
Prima di commentare consiglio di informarsi bene.
Comment by cesare — 23 July 2005 @ 8:56 pm
ma si riesce a scrivere su sto blog?
Comment by c e s a r e — 23 July 2005 @ 9:00 pm
http://www.andreabeggi.net/2005/07/16/le-polemiche-sulle-creative-commons/#comment-3482
Comment by c e s a r e — 23 July 2005 @ 9:01 pm
QUI TROVATE TUTTA LE VERITA’:
http://www.andreabeggi.net/2005/07/16/le-polemiche-sulle-creative-commons/#comment-3482
DA LEGGERE ATTENTAMENTE
Comment by c e s a r e — 23 July 2005 @ 9:02 pm
@Cesare
Al commento 8 e senza voler fare i saputelli, perche’ basta consultare una qualunque grammatica italiana: manca una H. Travostino HA parlato!
Per il resto mi sembra evidente che se l’italiano non e’ il tuo forte, lo stesso si puo’ dire del diritto. Come fai ha dire “cosa c’entra?” se Italia e Usa hanno due legislazioni differenti?
Ancora una cosa: mi sembra che autolinkarti non sia proprio la mossa piu’ corretta del mondo!
Comment by Surreale — 24 July 2005 @ 8:54 pm
@Cesare, non ho tempo per spiegarti in modo chiaro e preciso perchè è rilevante il fatto che lo stato italiano ha le sue leggi e gli Stati Uniti hanno leggi diverse. Mi limito a farti notare che qui parliamo di diritti e che i diritti si fondano sulla legge.
Quello che scrivi, poi, tende a dimostrare la debolezza della clausola not-for profit.
Mi limito a rilevare che moltissime attività (lecite, per lo più) sono commerciali, ma non a scopo di lucro, mentre l’ipotesi di una attività non commerciale, ma a fini di lucro è enormemente più ridotta. Di conseguenza la clausola non commerciale individua un divieto più ampio (e quindi una più ampia garanzia) rispetto alla clausola per cui parteggi.
Il brano che citi sulla siae, “Pensiamo, ad esempio, al caso di distribuzione gratuita sotto licenza CC “non commercial” di copie di cd audio
contenenti brani musicali, fatta a fini promozionali da parte dell’autore”. Non dimostra proprio nulla di inquietante: è ovvio che l’autore non ha bisogno di rilasciarsi una licenza per usare i propri diritti e non è coperto dal vincolo non commerciale che sottopone ai terzi. Ma tu ti noleggi la tua auto, quando guidi?
Io non ho tempo nè voglia di intervenire ulteriormente sui tuoi argomenti, perchè secondo me si screditano da soli. Quanto ai modi: in un giorno dieci mail e cinque commenti consecutivi mi sembrano una esagerazione.
Comment by intempestiva — 25 July 2005 @ 8:29 am
Certo, i miei argomenti si screditano da soli.
Anche io non ti rispondo perché ti sei già risposta da sola prima che io parlassi.
Comment by c e s a r e — 25 July 2005 @ 3:55 pm